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Radicamento: la chiave per superare sovraccarico mentale e carico allostatico

Fatica mentale la testa non basta

Nel mondo di oggi, dove il sovraccarico mentale è all’ordine del giorno, c’è un equivoco diffuso: che “certe competenze” (ovvero connessione interna, radicamento ecc.), riguardino solo chi lavora con il corpo, con la relazione d’aiuto o con pratiche “alternative” ed energetiche.
In realtà non c’entra il settore: quello di cui stiamo parlando non è una “competenza professionale”, ma una condizione strutturale, necessaria per chiunque debba:

  • prendere decisioni
  • portare avanti un progetto
  • sostenere un ruolo nel tempo
  • reggere le responsabilità senza consumarsi

Che tu faccia l’insegnante, il libero professionista, il manager, l’imprenditore o lavori in azienda, la domanda è la stessa: da dove stai sostenendo quello che fai?

Cos’è il carico allostatico

Prima di cominciare voglio porre l’accento su un termine coniato da Bruce McEwen, un neuroscienziato che studia gli effetti dello stress sul corpo. Il carico allostatico è un concetto che spiega il cumulo di stress ripetuti, ma con intensità medio-bassa.  

Questo accumulo, nel corso del tempo, si trasforma in un blocco da stress di entità importante, generando un prezzo pesane da pagare, che va a carico del sistema nervoso autonomo. Ma non solo: finisce infatti per condizionare le funzioni metaboliche e il sistema immunitario stesso. 

Link all’articolo dettagliato: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3181832/

 

Persone lucide, preparate… ma in pieno sovraccarico mentale

Nel mio lavoro incontro spesso persone molto competenti, intelligenti, preparate: sono rapide nel capire, analizzare, spiegare. 

Eppure, nonostante siano persone apparentemente “realizzate”, convivono con stati ricorrenti come: stanchezza che non passa, stress continuo e una sensazione costante di non arrivare mai davvero. In poche parole: sovraccarico mentale. 

A questi uomini e queste donne non mancano certo le capacità. Ma allora perché non sono contenti e centrati?

 

 


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Il cammino di radicamento di Gianna, caposala di cardiologia

Un caso di questi, per fare un esempio, riguarda una donna che lavora nell’ambito sanitario. E’ una caposala di nome Gianna, che mi ha permesso di raccontare la sua storia cambiando il nome (per tutelare la privacy). 

Gianna ha cominciato da giovane come infermiera, poi ha fatto carriera in un grande ospedale del centro Italia. Oggi ha il ruolo di caposala in un reparto di cardiologia: un lavoro che desidera da sempre, fin da quando studiava alla Scuola per Infermieri. 

Ci si aspetterebbe che sia una donna grintosa, felice del suo lavoro, piena di progetti nuovi e di vitalità. 

Eppure un anno fa, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, aveva lo sguardo spento, l’espressione “smunta” per via del sovraccarico mentale e un senso di fallimento pesante. Pensava di sprecare la propria vita lasciandosi portare giorno dopo giorno dagli eventi, senza creare nulla di utile. 

Anche la vita in famiglia stava cominciando a risentire di questo stato di delusione: i figli già grandi e meno bisognosi di cure, con il marito… una certa stanchezza.

Gianna era pienamente consapevole c’era qualcosa di stonato in tutto questo, così ha iniziato a girare per il web confrontandosi con gruppi tematici, fin quando ci siamo incontrate grazie al contatto con un’altra mia cliente. 

 

 

Quando tutto passa dalla testa e crea sovraccarico mentale

Molte persone lavorano quasi esclusivamente “in alto”: pensiero, controllo, analisi, pianificazione, spiegazione. Tutto questo dal mattino quando si alzano, fino all’ora di andare a dormire (e magari rimuginano anche di notte). 

Il corpo resta sullo sfondo, spesso relegato su una sedia (o davanti a un monitor!), per 4-8 ore al giorno. La parte bassa è “spenta”, non sostiene. Pertanto la struttura è sbilanciata.

Questo assetto funziona per un po’, soprattutto se sei motivato/a o hai l’abitudine a stringere i denti e andare avanti, sopportando il sovraccarico mentale. Ma nel tempo diventa estremamente costoso, sotto tanti punti di vista.

Quando tutto passa dalla testa:

  • ogni scelta pesa di più
  • ogni errore consuma il doppio della tua forza vitale
  • la motivazione cala (anche se la direzione che hai preso è quella giusta)
  • la fatica diventa costante e si trasforma in “senso di svuotamento”

 

sovraccarico mentale 2

Questa è la dinamica della piramide rovesciata: una struttura che consuma energia solo per restare in piedi.

 

 

Tutto ciò succede non perché stai sbagliando strada, ma perché stai reggendo tutto da un punto instabile, cioè sei come una “piramide rovesciata”. Se vivi da piramide rovesciata hai un eccesso di presenza in alto: pensiero, ragionamento, urgenze. La base, che dovrebbe essere potente e resistente per guidare le scelte e reggere la vita, si riduce a essere un punto misero e scarico.

In queste condizioni, ogni giorno il 90% della tua energia è spesa per tenere in piedi a forza questa struttura, che non è naturale

Questa era esattamente anche la situazione di Gianna: facendo “carriera”, il suo lavoro si era spostato. Non più a contatto con i pazienti, ma ore e ore dietro alla burocrazia e alla pianificazione (e spesso tra i conflitti con il personale, nel tentativo di mettere d’accordo tutti).  

Dal sogno di aiutare le persone malate era slittata a passare carte, un lavoro che trovava (per il suo modo di essere), alienante e frustrante.

Così poco a poco, reggere la piramide rovesciata l’aveva trasformata in una persona completamente diversa: aveva perso la voglia di scherzare con il marito, la creatività, la gioia di andare a dormire la sera con la sensazione di essere stata di aiuto a qualcuno

 

Non è un problema emotivo (né psicologico)

Questa condizione non ha a che fare con l’autostima, né con l’insicurezza e soprattutto non serve a nulla “lavorare su di sé”. Perché il problema non nasce dalla consapevolezza, ma bensì dalla struttura, dall’assetto. Uno stato che costringe, ogni giorno, a lottare con il sovraccarico mentale. 

Se il corpo non partecipa davvero, cioè se manca il radicamento alla base, ti trovi in uno stato di tensione cronica e faticherai a sentirti “a posto” in ciò che fai. Per questo devi “sforzarti” continuamente per mantenere l’equilibrio, drenando sistematicamente la tua forza vitale anche quando fai le scelte giuste.

Quindi il problema non è che non sai cosa vuoi, ma che non hai una base stabile da cui stare in ciò che vuoi. 

Inoltre, in questa condizione il carico allostatico aumenta e deviando i meccanismi di recupero che sono tra i perni centrali del meccanismo di radicamento. 

 

La realizzazione non dipende solo dalla “chiarezza mentale”

Intendiamoci, non è affatto inutile avere le idee chiare, una direzione da percorrere, dei progetti da realizzare. Tutto questo è fondamentale per avere l’orientamento nella propria vita. 

Ma senza una struttura che sostiene:

  • la continuità si spezza
  • l’entusiasmo iniziale non basta a reggere fino al completamento
  • il progetto si sposta sempre “un po’ più in là”

La realizzazione non dipende solo dagli obiettivi: dipende dalla capacità di reggere nel tempo le scelte fatte, senza consumarsi.

 

Ed è qui che entrano in gioco la solidità di base e il radicamento nel nucleo, indipendentemente dal tipo di lavoro che svolgi nella vita.

 

Perché si creano il sovraccarico mentale e il carico allostatico anche facendo “la cosa giusta”

Molte persone sono infelici o frustrate non perché fanno un lavoro sbagliato: lo sono perché lo fanno da un assetto che non li sostiene.

Quando vivi tutto di testa controlli troppo e questo ti porta a essere sempre in allerta (anche mentre dormi… se dormi). Ecco perché la soddisfazione dura poco e la stanchezza diventa normale. 

Costruire una base corporea solida non elimina i problemi, ma cambia il modo in cui li attraversi e li superi. 

E spesso è questo che fa la differenza tra mollare e adattarti al ribasso, oppure riuscire finalmente a portare avanti quello che hai scelto.
Per approfondire questo tema puoi leggere anche: 

Nel caso di Gianna, per tornare al nostro esempio, non si è trattato di lasciare il lavoro di caposala, ma di ritrovare la gioia di essere un perno di riferimento per il benessere del reparto: benessere di tutti, sia i pazienti sia il personale. Lavorando sul suo baricentro ha sviluppato una grande stabilità, che le ha permesso di ritrovare i suoi obiettivi iniziali, adattandoli al nuovo contesto. 
Anzi, si sono trasformati in innovazioni positive, che hanno portato più serenità e produttività in reparto, con minor fatica per tutti. 

La sensazione di “essere la persona giusta nel posto giusto” ha ridato vita anche al rapporto con la famiglia, in cui Gianna è tornata a essere la persona scherzosa e vivace che era sempre stata. 

 

In conclusione: perché intraprendere un percorso per conoscere il Coaching Somatico?

Non serve lavorare nel settore olistico o nel coaching per diventare un esperto di radicamento, stabilità, appoggio, struttura.
Il focus nella propria base serve per creare e vivere ruoli reali in un mondo reale, soprattutto se richiedono responsabilità costante.

Ogni volta che devi scegliere, sostenere, decidere, continuare, il tuo corpo non solo è coinvolto (anche se lo ignori), ma costituisce il supporto fondamentale alla realizzazione dei tuoi obiettivi. 

Escluderlo significa continuare a reggere tutto con la testa, causando un continuo sovraccarico mentale che si trasforma, giorno dopo giorno, in un carico allostatico da gestire. Includerlo significa smettere di andare contro il tuo stesso sistema, ed è da qui che comincia la possibilità di costruire qualcosa che resista al tempo e ai cambiamenti.


Leggi anche:  La Voce del Corpo da Ascoltare e Comprendere

 

 

Molti professionisti arrivano a un certo punto frustrati, svuotati, con la sensazione di dare tantissimo senza ricevere abbastanza.

Se succede anche a te, lavorando nel percorso formativo potrai scoprire che non è necessario fare di più o (peggio ancora) cambiare professione, ma solo lavorare da un altro centro

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