Unicità e radicamento: il gap tra volerli e viverli
Unicità e radicamento non sono un percorso comodo. Ci sono anche dei motivi precisi per cui succede questo e ne parliamo nell’articolo.
Tutti vogliono avere la loro unicità. Molti parlano di “essere radicati”. Sono diventate quasi delle parole d’ordine: nei percorsi di crescita personale, nei profili LinkedIn, nelle conversazioni tra persone che si prendono cura di sé.
Eppure qualcosa non torna.
Perché, se l’autenticità è così desiderabile, è così difficile da mantenere?
Perché tante persone, nonostante anni di lavoro su se stesse, continuano a sentirsi un po’ in recita?
Perché radicarsi nel proprio centro è così faticoso?
La risposta che mi sono data, dopo tanti anni di lavoro con le persone, è questa: l’unicità non è un valore che si decide di esprimere ma una conseguenza. Arriva quando c’è una stabilità di fondo.
Lo stesso vale per l’autenticità: non è qualcosa che si decide, ma che si libera.
La stabilità necessaria è garantita dal radicamento, ma non solo da quello che si può visualizzare o immaginare: bensì da quello concreto, che si percepisce fisicamente.
Quindi il problema che ostacola la possibilità di essere se stessi fino in fondo non è affatto la forza di volontà: è la centratura.
Unicità e radicamento: ritrovare se stessi nel baricentro
Quando una persona è disconnessa dal proprio baricentro – che costituisce il centro fisico ed energetico del corpo – si trova in una condizione particolare: vuole essere sé stessa ma non riesce a trovare un “sé stessa” abbastanza nitido da esprimere.
Allora, quasi sempre senza accorgersene, comincia a guardare fuori come se osservasse le vetrine di un negozio.
Osserva chi appare realizzato, chi sembra centrato, chi sembra autentico… e comincia piano piano a costruire la propria identità per sottrazione e per imitazione: prendo un po’ da questo, elimino quello che non va bene, adotto questo stile, questo tono, questo modo di presentarmi. Come se stesse cucinando una torta. Peccato che la ricetta sia quella della propria identità.
Niente di tutto ciò è fatto con malafede, anzi! È soprattutto una strategia di sopravvivenza. Quando il centro è vuoto o instabile, infatti, è inevitabile cercare fuori quello che non si riesce a trovare dentro.
Il problema è che partendo da questi presupposti, il risultato non è mai davvero soddisfacente. Alla fine di tutto il lavoro la frustrazione resta, e impedisce di sentirsi pienamente al centro della propria vita. Così si ricomincia da capo, con un nuovo viaggio per trovare se stessi, che però porta lontano da tutte e due le forze: unicità e radicamento.
Prima di andare avanti, ti segnalo subito alcuni articoli se vorrai approfondire il discorso del baricentro:
Breathwork dinamico: cosa cambia quando il respiro ritrova il baricentro
Il Radicamento: non semplice “visualizzazione” ma ancoraggio reale
Un centro vuoto si riempie di brutte copie
Puoi costruire un abitus convincente – fatto da un insieme coerente di comportamenti, linguaggi, posture – ma se è una copia, sotto c’è sempre quella sensazione sottile in cui sai che quella persona non sei tu. Hai una percezione sotto pelle: quella che stai recitando una parte scritta da qualcun altro.
E quella sensazione non se ne va, per quanto tu ti accanisca a lavorare sulla consapevolezza.
Perché la consapevolezza da sola, purtroppo non basta
C’è un paradosso che vedo spesso: più una persona lavora su se stessa a livello mentale, più diventa brava a descrivere perfettamente il problema. Sa esattamente cosa le succede, quando le succede, perché le succede.
Eppure continua a succedere! Quindi? Se capisci così bene il problema, non sarebbe ovvio avere la chiave per risolverlo?
Se ti piacciono questi argomenti, continua a seguirmi
iscrivendoti gratuitamente alla mia newsletter su Substack
Buon proseguimento della lettura!
L’identità in affitto: cercare unicità e radicamento senza trovarli
Quando manca un centro interno, le persone cercano appartenenza all’esterno. Non in qualcuno, ma in categorie: gruppi, etichette, ideologie.
Queste categorie sembrano dare un’identità, ma in realtà la sostituiscono. E ogni sostituto ha bisogno di un confine da difendere, molto spesso anche di un nemico da combattere.
Chi è radicato nel proprio centro non sente il bisogno di tutto questo. Ma la libertà che viene dal centro richiede qualcosa di scomodo: la capacità di scegliere da soli. E sappiamo bene che la scelta richiede di prendersi delle responsabilità, non sempre soffici.
E’ proprio questo che rende il radicamento così faticoso… e così raro.
Capire non vuol dire cambiare
La situazione di blocco non rappresenta un fallimento del percorso interiore, ma solo il segnale che il lavoro deve spostarsi su un altro piano: non più nella testa ma nel corpo. Cioè il fulcro va passato dalla comprensione alla struttura.
È il passaggio meno esplorato nella crescita personale: dal corpo in poi, non dalla testa in giù.
La tradizione cinese classica, che uso come lente di lettura nel mio lavoro, ha un modo molto preciso di descrivere questa dinamica.
Quando l’energia sale continuamente verso la testa – per lo stress, per l’iper-riflessività o per il continuo monitoraggio di sé – il corpo perde la sua stabilità.
Per dirla in breve: il baricentro si svuota. E una persona senza baricentro è una persona che reagisce emotivamente, che a volte si adatta per non prendere posizione, spesso imita. Questo accade senza una decisone consapevole, solo perché non ha un posto più solido da cui attivare un tipo di azione diversa.
Unicità e radicamento non sono un binomio che si decide: emergono da soli quando il centro è forte. Ma anche autenticità e radicamento, in fondo, indicano la stessa cosa con parole diverse.
L’unicità come conseguenza del radicamento
Quando una persona ritrova il contatto con il proprio baricentro attraverso il respiro, il movimento, pratiche di ancoraggio concrete, si manifesta un cambiamento sottile ma netto.
Non deve più chiedersi “chi sono davvero?”, perché comincia semplicemente a esserlo. Questo è l’effetto combinato quando unicità e radicamento provengono da un’unica fonte.
Le direzioni che una persona “centrata” sceglie diventano più sue, le azioni sono più coerenti con la sua natura profonda. In questo stato di “radicamento interno”, la presenza non è più qualcosa da gestire o da creare ex novo, perché diventa spontanea. Sparisce lo sforzo di “essere in un certo modo” e nasce la propria unicità naturale, che smette di richiedere continuamente energia per stare in piedi.
Questa continua richiesta di energia è ciò che spesso dà origine alla stanchezza mentale e alla sua versione più profonda: il burnout.
Se può interessarti ho approfondito più dettagliatamente il discorso della fatica cronica nel seguente articolo: Fatica cronica: il Qi Gong nella Disarmonia Energetica
Questo è il motivo per cui nel mio lavoro non parto mai dall’identità come concetto astratto. Le cose importanti sono tutte concrete: corpo, respiro. bacino, baricentro.
L’unicità autentica, dunque, non si costruisce con la testa e non si impara con un metodo: si libera semplicemente dal centro di ognuno di noi, quando questo centro è abbastanza solido da supportarla.
L’espressione unica non resta nascosta dentro: si mostra all’esterno. Si sente nel modo in cui occupi lo spazio, nella tua voce, anche nel modo di muoverti, e perfino in come ti vesti.

Non devi essere come chiunque altro… esiste un’altra via (Wayne Dyer)
Crearsi da dentro: unicità e radicamento
Hai mai visto una persona che sembra a proprio agio, qualsiasi cosa indossi o in qualsiasi situazione si trovi? Magari hai l’impressione che dipenda dal fatto che sia elegante, o sembra “di tendenza” e molto convinta di sé, ma quasi sempre non è così.
L’espressione non dipende dal gusto nel vestire o dai modi di fare: quella “eleganza” che ti sembra di scorgere non è altro che un nucleo solido che trapela in ogni momento.
Poi hai sicuramente visto anche l’altra tipologia: quella che cambia stile ogni stagione, insegue ogni nuova estetica, riempie e svuota l’armadio… ma non si trova mai.
Non stiamo assolutamente parlando di gusti personali: indipendentemente da ciò che ti piace e ciò che non ti piace, la differenza è “dove sei”.
Nella tradizione cinese classica ogni persona nasce con una composizione di elementi: Legno, Fuoco, Terra, Metallo, Acqua. Questa composizione si sente (e si vede) nel corpo, nel ritmo, nel tono della voce, nel tipo di presenza che esprimi nello spazio.
Ho approfondito il discorso dei cinque elementi della tradizione cinese nell’articolo: Dai Cinque Elementi al Carattere. Decodifica il tuo destino
Naturalmente l’impronta personale si sente anche in quello che indossi: quel colore che ti fa sentire intera/o, l’abito che ti dà un senso di comodità, il tessuto che ti accompagna senza sforzo, il colore (o taglio) di capelli che ti alleggerisce i pensieri… Insomma, quando sei radicata (o radicato) nel baricentro, tutte queste cose emergono da sole. Non hai bisogno di “cercarle” perché le riconosci: vengono da dentro, non da fuori.
Non hai bisogno di seguire le mode esterne, se la tua moda è già dentro di te.
Prima di procedere con l’articolo: se non hai mai avuto modo di indagare sulla tua reale composizione di elementi, prendi in considerazione l’idea di richiedere la tua mappa completa secondo il Ba Zi cinese.
Puoi scoprire di più su questo metodo qui.
Tornare al centro è un esercizio concreto di unicità e radicamento
Tutto ciò di cui abbiamo parlato – presenza, stile, unicità, fiducia, sicurezza – ha una radice comune: il baricentro psicofisico.
Come “baricentro”, come ho già specificato in altri contesti, non intendo un concetto spirituale ma un punto reale nel corpo che si trova nella zona del bacino e del ventre. Nella tradizione taoista corrisponde al Primo Dantian (Hara per i giapponesi): è il luogo dove la forza vitale si raccoglie, si consolida e da cui coordina l’azione e la presenza nel mondo fisico.
Quando questo centro è vivo e compatto, non hai bisogno di costruire niente. Non devi decidere chi essere, come apparire, come presentarti: le scelte vengono da lì e sono coerenti, naturali, tue.
Quando invece è svuotato (per via dello stress o di anni di vita vissuti nella testa), cominci a cercare fuori quello che non riesci a sentire dentro. E lì inizia la rincorsa alle mode, piuttosto che ai modelli o alle identità prese in prestito.
Tornare al centro non è un esercizio spirituale: è il lavoro più concreto che esista
Se vuoi continuare ad approfondire le tematiche su unicità e radicamento, ti invito a iscriverti alla mia newsletter su Substack.
Se riconosci qualcosa di tuo in quello che hai letto…
Se mentre leggevi hai pensato “questo articolo parla di me”, probabilmente non è una coincidenza.
Forse stai lavorando su te stesso/a da un po’ per sviluppare unicità e radicamento, quindi hai già capito molte cose. Eppure qualcosa rimane in sospeso, lasciandoti la sensazione di essere fuori centro, non riuscire a essere autentici nonostante la consapevolezza acquisita.
Se è così, potrebbe valere la pena parlarne.
Il percorso RespiMove® Base — La Via dell’Asse Interiore, lavora esattamente su questo: non su cosa pensi di te, ma su come sei (o non sei) allineato con il tuo baricentro.
Ti invito a leggere qualche informazione in più, per capire se questo lavoro fa per te.
Se invece sei già un professionista che lavora con le persone, oppure hai il progetto di diventarlo, la pagina più adatta è quella che presenta il Metodo RespiMove®
Per approfondire puoi leggere anche:
Breathwork dinamico: cosa cambia quando il respiro ritrova il baricentro


